Santuario di Ercole Vincitore

Il santuario di Ercole Vincitore insieme a quelli di Gabii e Palestrina fa parte dei grandi santuari con teatro-tempio laziali ed era in realtà un grande "centro commerciale" extraurbano: i mercati e la via sotterranei costituivano la base strutturale della valenza ideologica e religiosa della soprastante area sacra. Come tutti i grandi santuari antichi, quello di Ercole è stato un centro di accumulo di tesori e denaro circolante ed era in grado di concedere prestiti e ricavare interessi.

Scarsamente menzionato nelle fonti classiche, il santuario fu a lungo interpretato come “Villa di Mecenate”, finché, nel 1849, lo storico e archeologo Antonio Nibby lo indicò come “Tempio di Ercole”. Si devono poi, a partire dal 1861, all’architetto Charles-Alphonse Thierry le prime illustrazioni prospettiche delle strutture conservate e le tavole che suggeriscono una dettagliata ipotesi ricostruttiva del monumento.

Il santuario si innalzava sul versante sud della forra dell’Aniene, nel tratto tra le cascatelle di Tivoli (a monte) e la località Acquoria (a valle). Il luogo fu una scelta mirata dei costruttori. Il grande organismo sorse fuori della città di Tivoli in una posizione strategica a cavallo della via Tiburtina, principale raccordo tra l’Abruzzo e il Lazio. La strada, che venne di fatto inglobata nel complesso, lo attraversava in una monumentale galleria in muratura (la c.d. via tecta). Il controllo del traffico tra Roma e il Sannio e l’offerta, in questo punto, di una gradevole occasione di sosta fecero del santuario un vero generatore di ricchezza: infatti non si poteva evitare di attraversarlo e già questo ne faceva un unicum nel panorama dei santuari coevi. La presenza di un santuario extraurbano dedicato ad Ercole non è casuale in questo punto strategico, visto il ruolo anche economico delle strutture santuariali antiche. La particolare divinità venerata inoltre, notoriamente protettrice delle vie di transumanza e dei pastori, conviene alla tipologia degli scambi commerciali che si dovevano svolgere lungo la direttrice viaria, in uno dei suoi punti meglio controllabili.

Per le sue imponenti dimensioni (m 141 x 188) i lavori si protrassero per un lasso di tempo che va dalla fine del II sec. a.C. all’età augustea. La costruzione rappresenta un capolavoro dell’ingegneria romana, poiché mostra diversi aspetti innovativi. A fronte della semplicità planimetrica dell’area sacra, che era sottolineata su tre lati da portici a due piani ed ospitava al centro il tempio, fanno riscontro le originali soluzioni adottate lungo il lato settentrionale del santuario, dove furono costruite potenti sostruzioni per colmare il dislivello orografico rivolto verso il fiume Aniene. Altro elemento di rilievo è rappresentato dal teatro, in grado di contenere ben 3.600 spettatori, che si imposta lungo l’asse longitudinale del tempio.

La vita del santuario fu lunga e florida e continuò fino al IV sec. d.C., sebbene le strutture testimonino segni di decadenza anche anteriori, ma l’abbandono definitivo può essere collocato nella prima metà del VI secolo, quando, durante la guerra greco-gotica, Tivoli venne conquistata da Totila, re degli Ostrogoti. Il santuario, in stato di abbandono, divenne gradualmente una cava di materiali e si trasformò in paesaggio agricolo. Dal 978 la via tecta è ricordata nelle fonti come “Porta Oscura” e divenne sede di mulini alimentati dagli antichi canali diversori dell’Aniene.

Nel XIII secolo si aprì un nuovo capitolo della storia del santuario, rappresentato da un vivace fervore edilizio motivato dall’impianto di due chiese monastiche: S. Maria del Passo, pertinente all’ordine dei Frati Minori, sistemata all’interno del portico settentrionale, e S. Giovanni in Votano, dell’ordine delle Clarisse, ricordata nelle fonti documentarie. Dei cantieri allestiti per tali operazioni di ristrutturazione e adattamento di alcuni ambienti del santuario sembra essere testimonianza tangibile l’imponente calcara a due bocche rinvenuta durante i recenti scavi, approntata per la produzione della calce necessaria alla costruzione delle strutture.

Nel XVII secolo cominciò la cosiddetta fase di industrializzazione del complesso, quando, nel 1614, vi fu installata la fabbrica di armi di proprietà della Camera Apostolica. A questa seguirono un impianto di manifattura della lana e, soprattutto, la fonderia per i cannoni voluta nel 1802 da Luciano Bonaparte. Tra il 1815 e il 1884 si avvicendarono diversi proprietari, ultimo dei quali fu la Società delle Forze Idrauliche. Questa realizzò un grande progetto, affidato all’ingegner Raffaele Canevari, che prevedeva la realizzazione di un canale di raccolta delle acque degli antichi acquedotti e quelle di scarico della vicina Villa d’Este, al fine di alimentare la sottostante centrale idroelettrica dell’Acquoria. Il 16 agosto 1886, grazie alla innovativa tecnologia impiegata nell’impianto, Tivoli fu la prima città italiana ad essere illuminata con l’energia elettrica di cui beneficiò subito anche Roma. La costruzione del canale Canevari causò la rottura di quell’unità spaziale di base fino ad allora mantenuta, nonostante le numerose intromissioni e i passaggi di proprietà; la metà meridionale del complesso, infatti, fu interessata da poderosi interri e venne adibita ad uso agricolo, mentre nella parte settentrionale le fabbriche industriali proseguirono con la Cartiera Mecenate di Giuseppe Segré, della quale ancora restano i padiglioni in cemento e le tettoie che coprono i portici dell’area sacra; la produzione è cessata solo negli anni Cinquanta con l’acquisizione dei resti del santuario da parte del demanio.

Bibliografia essenziale

Guide

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Contributi

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