Il percorso espositivo

Area archeologica della Villa di Orazio e Museo Oraziano

La villa di Licenza (il fondo in Sabina donato al poeta da Augusto, tramite Mecenate, nel 32 a.C.), riportata alla luce agli inizi del ‘900, si presenta come una tipica domus italica di età repubblicana ad un solo piano, costituita da un compatto gruppo di stanze raccolto intorno a un piccolo atrio: si riconoscono l’ingresso, preceduto da un portichetto, ambienti di servizio, stanze di soggiorno e cubicula, questi ultimi pavimentati con gradevoli mosaici geometrici bianco-neri.

Alla fase di età augustea, che diede alla villa un impianto rimasto inalterato per tutto il periodo giulio-claudio, seguì con i Flavi (fine I sec. d.C.) una radicale ristrutturazione: all’interno del corpo abitativo fu ricavato un peristilio con veranda; il piccolo balneum di età augustea, dotato di piscina natatoria e vani riscaldati, fu trasformato in una vera e propria therma con l’aggiunta di un singolare edificio ellittico, diversamente orientato, forse da interpretare come impianto per l’allevamento di pesci (vivarium).

La particolarità della villa licinese però, forse voluta dallo stesso Orazio e ispirata alla celebre villa dei Papiri ad Ercolano, ove egli era stato ospite, è il vasto quadriportico rettangolare finestrato racchiudente un giardino con vasca al centro, che costituiva il settore più esclusivo della dimora, utilizzato per passeggiate al fresco e per l’esercizio dell’otium litterarum. I recenti scavi hanno consentito di chiarire che piante e aiuole, scelte e disposte ad arte, seguivano un elaborato disegno architettonico simile a quelli riscontrabili, ad esempio, nelle ville dell’agro pompeiano e del suburbio di Roma.

Naturale completamento dell’area archeologica è il Museo Oraziano, un museo civico allestito nelle sale del Castello Orsini di Licenza. L’interessante percorso espositivo presenta una significativa raccolta di reperti provenienti dalla villa ed è ospitato in alcuni locali al piano terra, nell’antico bottaio, appositamente allestiti in occasione del bimillenario oraziano (1993).

L’originaria musealizzazione dei reperti, tuttavia, si deve ad Angiolo Pasqui e risale agli inizi del ‘900. L’archeologo, allora direttore degli Scavi di Roma, del Lazio Antico e della Provincia dell’Aquila, condusse a più riprese, tra 1911 e 1915, una serie di indagini nella villa oraziana e contestualmente si occupò dell’istituzione di una raccolta dei numerosi materiali rinvenuti durante gli scavi.

Il museo, allora allestito in una piccola sala del palazzo detta il “tinello grande”, constava di una ricca collezione di reperti di vario genere, suddivisi tipologicamente e “affastellati” lungo le pareti, rispecchiando pienamente il gusto espositivo dell’epoca post-unitaria.

I recenti restauri hanno previsto l’ampliamento del percorso museale ideato dal Pasqui, destinando all’esposizione altre tre sale contigue al “tinello grande”, privilegiando una presentazione più vicina ai moderni indirizzi di didattica museale, al fine di restituire al visitatore una completa informazione sulla villa di Orazio dal punto di vista archeologico, storico, architettonico e materiale.

Numerosi i reperti esposti: alcuni frammenti di stucchi e pitture risalgono alla fase iniziale augustea, testimoniando che le decorazioni originarie di volte e pareti furono conservate durante i periodi successivi; le sculture (statue, bassorilievi) risalgono anche al II-III secolo e denotano un incremento e un ammodernamento dell’arredo di ambienti e giardino. Di notevole interesse sono anche gli strumenti di uso quotidiano (vasellame, utensili, oggetti personali) che documentano l’arco di vita della residenza protrattosi fino alla tarda età imperiale.

 

Bibliografia essenziale

In Sabinis. Architettura e arredi della villa di Orazio (Catalogo della mostra), Roma 1993

Atti del convegno di Licenza 19-23 aprile 1993. Bimillenario della morte di Q. Orazio Flacco, Atti dei convegni II, Venosa 1994

The Horace’s Villa project, 1997-2003, voll. I-II, a cura di B. Frischer, J. Crawford, M. De Simone, Oxford 2006